Al Kamandjati – la musica come resistenza attiva

Forse questo post è leggermente fuori tema rispetto agli argomenti del blog, ma anche ciò fa parte del mio mondo. Ecco alcune informazioni e il racconto dello spettacolo .

Uno spettacolo, fatto di suoni, di immagini e di testimonianze. “Al Kamandjati” (il violinista) e’ il titolo della nuova opera prodotta dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Festival Ultima Oslo Contemporary Music e con il contributo di Trondheim Kommune. Una rappresentazione intensa e senza troppi filtri quella che si è tenuta Sabato 1 Dicembre all’Auditorium di Roma, sala Petrassi, che ha visto alternarsi sul palco Amira Hass, corrispondente di Ha’aretz, l’unica giornalista israeliana che vive in Cisgiordania, Moni Ovadia, voce da sempre impegnata nel conflitto tra la Palestina e lo Stato di Israele, Mohammad Bakri, il piu’ popolare e amato attore palestinese.

In scena si sono alternati due gruppi musicali che rappresentano le diverse anime dello spettacolo: da una parte il quartetto d’archi norvegese Trondheim Soloists, che insieme al cornista Alessio Allegrini hanno eseguito le musiche originali di Franghiz Ali Zadeh, compositrice musulmana di origine azeirbajana, dall’altra lo stesso Ramzi Aburedwan e l’Ensemble Dal’ouna, costituito dai maestri e dagli allievi di Al Kamandjati. Marco Dinoi ha curato la regia video mentre l’allestimento scenico e’ di Jannis Kounellis, uno dei maggiori artisti contemporanei.

Ma da dove nasce l’idea dello spettacolo? Al Kamandjâti è il nome che Ramziì Aburedwan (famosa la sua foto mentre a nove anni lancia un sasso contro un carro armato israeliano, diventata il simbolo della prima Intifada) ha scelto per la scuola di musica che ha istituito per i bambini palestinesi, soprattutto quelli che nascono e vivono nei campi profughi. Potrebbe apparire a noi “confortevoli occidentali” un’idea stravagante e banale quella di Ramzi, ma non è così. Perché la domenica mattina, quando da Ramallah i ragazzi partono per la scuola di Nablus, non si sa mai se potranno arrivare a far lezione, o se dei soldati israeliani impediranno loro, armi alla mano, ad un check point, di passare oltre. Estenuanti attese nella migliore delle ipotesi, ma anche impossibilità di passare, costringendoli a tornare indietro. Rallentare o fermare la musica, come le idee e non ultimo il diritto alla vita libera.

E così per Jenin, per Hebron, per Tulkarem… che ogni giorno, anche se costretti da tali “prepotenti limiti”, continuano il proprio percorso in attesa della prossima lezione. E’ questo il senso: un giorno alla settimana nei campi di queste ed altre città si cerca di infrangere questo “muro quotidiano”.

“Prima di andare in Palestina” – ci racconta Marco Dinoi, che ha curato la regia video – “credevo che la condizione di essere profugo esiliato nella propria terra fosse difficile da comprendere per l’ingiustizia sin troppo palese; ho capito poi che questa, dopo 60 anni di occupazione ed esilio, è l’unica quotidianità che la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini palestinesi conoscono, e che ti può portare disperazione, rabbia o semplicemente l’assoluta e strategica necessità di cambiare le cose, anche a partire dalla musica e soprattutto a partire dai bambini, concependo l’arte come gesto concreto di resistenza attiva”.

Dopo la prima italiana il progetto Al Kamandjati verra’ presentato nella primavera del 2008 a Ramallah per poi toccare, durante l’estate, alcune delle maggiori citta’ norvegesi.
Un’esperienza etica ed estetica che ha lasciato sicuramente il segno in questa “sonnecchiante” Roma autunnale.